Iperraelismo: Remake Remix e Fattore X

Marco Senaldi
Flash Art, No. 239
April - May, 2003
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Bisognerebbe Prestare più attenzione alla cultura di massa. E non vergognarsi di frequentarla. Non per una forma di snobismo estremo, ma perché nelle sue pieghe si nascondono quei sintomi verso cui la cultura alta può escreitare la sua analisi solo quando la patolodia è ormai conclamata .

Nel 2001, ad esempio, Anna Oxa aveva terminato la sua esibizione sanremese inginocchiandosi, vestita di bianco, a capo chino, offrendo il braccio teso con una rosa  rossa – in quella che subito apparve come un calco della celebre Actino Séntimentale di Gina Pane (per inciso, il fatto che questa citazione sia passata inosservata tradisce l’inesistenza di una seria critica dell’immaginario contemporáneo).
Tuttavia, alla serata inaugurale del Festival di Sanremo 2003 è accaduto qualcosa di ancor più interessante, dal momento che l’esibizione della medesima Oxa è stata preceduta dalla proiezione delle sue mise nelle precedenti edizioni (Oxa punk, Oxa rétro, Oxa postmodern, Oxa Sabih-style, ecc.), ma poi, ciascuna di queste immagini del passato si è concretizzata sull palco in altrettante simil-Oxa, avatar dell’originale, ciascuna incarnazione vivente di un singolo istante di esistenza dell “originale”...

Se una Oxa può far riflettere, figuriamoci cinque. Ma come, i media che oggi esibiscono questa moltiplicazione, non sono gli stessi che ieri,- a seguito del clamoroso annuncio della clonazione di un essere umano da parte dei raeliani- avevano elevato un coro di proteste per la “perdita della persona”, l’ individuo-fotocopia, la clonazione dell’identità, ecc, ecc.?
Qui la contraddizione sembra nascondere un timore più profondo persino di quello della paventata perdita dell’identita. Questo retro-pensiero è apertamente sostenuto ad esempio da F. Fukuyama nel suo L’uomo oltre l’uomo, (Our Posthuman Future, tr. It. 2002), dove la clonazione viene efectivamente considerata come una minaccia all’ogirinalità individuale, cose che l’autore definisce “facttore X”.
Tuttavia, come dimostra per altri versi l’esempio Oxa, la cosa più strana è che, per afferrare il quid inaffabile di una personalità non si ricorre a qualcosa che rimane fisso nel tempo (il fattore X, o “fattore oxa”), ma ci si affida all’esposizione di una galleria di inmagini individuali diverse, lasciando intendere che ciò che fa di una persona “prio quell’ individuo” (ciò che diversifica la personalità- Oxa  dalle altre) è l’insieme provvisorio delle sue diverse facce. Allora, forse, ciò di cui abbiamo veramente paura non è la clonazione come attentato al nocciolo autentico della nostra intima identità- ciò che temiamo è che sotto sotto la nostra identità sia già costituita da un incerto insieme di immagini parziali, ciò che temiamo di scoprire è già-da-sempre noi siamo clonazioni viventi di noi stessi...

PATRIMONIO CULTURALE 
Prendiamo il problema dal punto di vista culturale- nel senso della tradizionale opposizione tra copia e originale. Solitamente, il pensiero moderno contrapone la cultura come innovazione alla cultura come ripetizione, la ricerca dell’originale e del nouvo alla vieta ripetizione del passato. Ma è veramente così? A scorrere gli esempi de un saggio molto informato come Remake di P. Piemontese (2000), si vede bene che la storia di un mezo expresivo “moderno” come il cinema è fin da subito storia di rifacimanti. Il primo film, il celebre Arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat (1895) dei Lumière fu rifatto con taglio ancor più “spaventoso” pochi mesi dopo dall’ americano Dickson (un destino: gli infiniti remake hollywoodiani di film europei si distinguono tutti per la maggior “spettacolarià”).
E se proprio la categoría del rifacimento fosse il carattere centrale di ogni cultura come tale? Cultura, colere, coltivazione spirituale, non è qualcosa che implica il lavoro ripettitivo sullo estesso campo? Il Don Chisciotte non è la parodia dei poemi epici del  secolo precedente, che a loro volta erano la ripresa di temi cavallereschi, che a loro volta erano la ripresa di temi dell’epica classica che a loro volta, stando a studi recenti, erano la ripresa di temi e storie circolanti nella di gran linga più antica viviltà egizia? Mai come oggi ci stiamo rendedo conto che questioni come quella dell’originalità (e quindi dell’identità) sono un mito moderno, mentre il problema è il senso profondo del rifacimento, della rilettura, della reinterpretazione. Per esempio, il remake postmoderno ha alcune caratteristiche che lo distinguono dalla più tradizionale “ripresa temática”: agisce per frammenti, è spesso ironico e parodistico, inventa la categoría culturale della nostalgia, produce una síndrome citazionista.
Quello che nel cinema è il remake del tipo II misterio del cadavere scomparso (Rob Reiner, 1982) dove una Lauren Bacall anni ’40 viene ridoppiata e dice sconcezze al telefono, corrisponde alla stagione dell’apropriazionismo newyorkese, dove una Sherrie Levine rifotografa opere altrui o riproduce in serie gli orinatoi duchampiani, placati oro.
Con tutto ciò, il remake prevede ancora un rapporto fondamentalmente parentale tra originale e sue possibili derivación. Ancora una volta assistiamo alla ribellione del’ngli contro i padri, mentre ciò che ci anuncia la nasita di Eva, la bimba clonata dai raeliani è qualcosa di profondamente diverso, la rebellione dei figli contro se stessi... Oggi, la vera frattura consiste nel mettere in discussione il rapporto stesso di filiazione.
L’ idea della clonazione, più ancora che la sua efectiva realizzazione practica, sconvolge profondamente, in un senso spirituale, il naturale rapporto di trasmissione del patrimonio culturale, più ancora di quello genetico. Produce una nouva nazione di realta, dove il posto del vecchio realismo viene preso da un novo raelismo.

DJ CULTURE 
La distinzione fra filiazione e clonazione è una discontinuità forte,a cui corrisponde quella fra remake e remix (o intere practiche di campionamento culturale) Nell’ arte contemporanea queste pratiche, in effetti, sono in atto da tempo. Pensiamo alla differenza fra Haim Steinbach e Tom Friedman nell’approccio alle merci; il primo è baudrillardiano, si limita a esibirne il fascino, l’ apocalisse pura e semplice della loro seduzione, il secondo entre nel loro codice genetico produttivo sconvolgendolo, per esempio transformando una singola confexione di cereali in quattro simil-confezioni più piccole, ma ugualmente plausibili. Non c’è più opposizione tra originale e rifacimento dell’opera remixata con il suo punto di partenza è totale; non ci sono più distinzioni temporali, la nostalgia, in quanto sentimiento della perdita, va perduto a sua volta. Non si tratta più di pervertire la versione originale, ma di invertime di nouvo l’intima l’ inversione.
Per tornare all’esempio già citato del Don Chisciotte, è ovvio che il profeta di questa tendenza sia uno come Pierre Menard, quel personaggio borgesiano che letteralmente ri-scrive il capolavoro di Cervantes como se fosse un originale. La geniale intuizione di Borges però ha un limite nel senso che quel rifacimento è ancora possibile per frammtenti. Oltre questo punto- limite le strade che si schiudono sono due: incrociare questi frammenti in sempre nouve inegneire genetiche, oppure spingersi fino al rifacimento completo e virtualmente indistinguibile cell “originale”.
La dj culture, intensa come cultura del campionamento e del remixaggio, costituisce oggi la più estrema esperienza del primo tipo, se si tiene conto ad esempio del modo con cui un dj di successo come Paul D. Miller aka Dj Sppoky ha trasferito il suo stile musicale fatto di’spericolati assemblage conori, di calchi e di fruti, in linguaggio visivo. Nel novembre  2001 infatti, al Moca di Los Angeles, è stata presentata ona sua opera su computer in cui uno dei pochi riferimenti di Duchamp alla musica (Erratum Musicale) diventa una consolle visivo-sonora interattiva (che può essere sperimentata da chiunque acceda al sito djspooky.com). Lungo questa linea si colloca la collaborazione di Miller con Fred Wilson, l’ artista designato a rappresentare gli USA alla Biennale di Venezia 2003, con il quale sta reallizando l’ambientazione sonora del padiglione. Il remix è, in questo senso, una practica compiutamente iper-culturale, non tanto nel servisi di discipline diverse (musica, video, net-art...) quanto perché m utte innesta il medesimo modus operandi basato sulla samplerizzazione, sul furto minniaturizzato ripetuto in loop, sulla riduzione a particolato dell’ insieme (da questo punto di vista un antecedente può essere rintracciato nel lavoro di Bert Theis alla Biennale del 1995, Potemkin Lock, uno pseudo paddiglione lussemburghese dietro il quale si udiva uan frase di Duchamp remixata e mandata in loop). La comprenssione in quattro minuti di  tutte le edizioni delle “Variación Goldberg” di Bach, realizzata da CEAL Floyer (2002) si muove, per altre strade, nella stessa direzione: il problema non è più la musica di Bach, il punto diu partenza è già il fatto materiale delle sue stesse illimitate riproduzioni.
Quando però i frammenti diventano numerosi, quando il loro autoprodursi non lascia più spazi bianchi, allora si raggiunge quell’estremo del remix che è la cover- vero doppio fantacculturale, replica spettrale dell’identico.

NOUVEAUX RAÉLISTES 
La cover è oggi oggetto di un dibattio acceso e di una constante redifinizione.
L’idea  proviene dalla pratica consistente nel realizzare versión alternative di pezzi famosi, le considdette cover (in inglese “copertina”, nel senso di brano famoso di successo che appare sulla copertina del disco). La new versión si sovrappone al brano di partenza, talvolta in lingua diversa, talvolta con arrangiamenti, entrando con l’originale in una complexa relazione di simbiosi.
Concettualmente, la cover differisce dalla clásica “variazione sul tema”, perché quest’ ultima utiliza un motivo già noto traducendolo in una compisizione complessivamente nouva. La cover invece è un calco di un brano già esistente che viene comunque eseguito per intero, anche se in forme  che possono distorcere o modificare profondamente lo stile e persino il senso dell’ originale, cui però restano morbosamente fedeli. Ma, in questo senso, la cover si distingue soprattuto dalla pratica del remake, che ammicca all’originale e alla sua atmosfera per avvicinarlo al presente (il remake è sempre nostálgico).
Viceversa, non sempre la conver aggiorna l’originale- talvolta ne estrae l’anima più antica: è il caso di un pezzo concepito per sintetizzatore e strumendi elettronici, come Autobahn, dei Krafwerk, rifatto per ensemble di soli violín  dal Balanescu Quartet. In altre parole, il remake assomiglia di più a quello che nel linguaggio del desing dovremmo definere un restyling: mentre la cover si sovrappone come un doppio al suo originale “fotocopiando”, ed è più simile alla “replica” si pensi al Cubo, il tv di Zanuso, recentemente rimesso in produzione con il desing dell’originale, ma “riempito” con la tecnologia attuale).
Laddove remake originale vivono un casto rapporto di affeto reciproco, la conver costruisce un’ ingeniería genetica, quasi un gemello contronatura. Se il remake segue una discendenza genealogica culturale, la conver è dalla parte dalla riproduzione frattale, estrapolazione di un individuo-copia da un frammento biologico di un altro individuo – in altre parole “clonazione”. L’esempio più eclatante in questo senso è rappresentato dal famoso Psycho (1960), di Alfred Hitchcock, che è stato manicalmente coverizzato da Gus Van Sant nel film homónimo. Pyscho, appunto, quasi quarant’ anni dopo (1998). In questo caso, siamo di fronte ad una vera e propria cover cinematografica, perché l’originale hitchcockiano è stato replicato sequenza per sequenza, anche se a colori e con attori diversi dall’originale. Nella storia del cinema, d’ora in poi, dovremo parlare di due Psycho, especificando a quale facciniamo riferimento...
Casi analoghi si riscontrano anche nella videoarte contemporanea: nel 1994 Luis Felipe Ortega (con Daniel Guzmán) rifa il famoso video Fcuntain di Bruce Nauman (a sua volta debitore fin nel titolo a Duchamp) proseguendone le intenzioni estiche ma stravogendone le consequenze culturali.
In modi simili, Rachel Lachowitz si era impossessata dall’interno dell’opera di Yves Klein Anthrométrie: laddove l’artista francese aveva (net 1960) usato delle modelle dipinte di blu come dei “timbri viventi”, per realizzare delle tele che all’epoca lurono giudicate “scandalose”. Lachowitz ha rovesciato il segno del gioco e (trent’anni dopo, nel 1992) ha usato, lei, donna, un modello maschio, “inchiostrandolo” però, invece che di Blu Klein, di un femminilissimo rossetto. Sarà il caso di parlare di Nouveaux Raelistes? Altre Volte invece, la cover vive come procedimento valido in sé, independientemente dalla fama dell’originale che può essere perfino sconosciuto, il caso di Roberto Cuoghi che ha  “riffato”, a modo suo, un inocente quadro di un amico, Valerio Carrubba.
Oppure può capitare che ad essere clonato sia persino un “falso”, come nel lavoro di Maurizio Finotto, che coverizza una delle celebri “Teste” di Modigliani che, nel 1984, sollevarono uno scandalo nazionale, e che constituiscono un episodio culturale in sè, senz’altro meritevole di essere “replicato”. 
O fine può accadere che il punto di partenza sia semplicemente contiguo, come nel caso di diverse opere di Maurizio Cattelan, la cui interna strategia di lavoro potrebbe forse essere intensa come una complicata nanotecnologia del furto- si pensi alla sua mostra parigina in cui veniva replicata la mostra adyacente di Carsten Höller, o la sua sublime “duplicazione” di un pezzo di John Amleder.

CONVERPROJECT.COM 
Ma se, con tutto ciò, pensiamo di aver detto  una verita definitiva sull’ universo-cover siamo fuori strada. Basta dare un’occhiata a un sito come converproject.com, che raccoglie in un database tutte le mille e mille posibili conver musicali degli ultimi anni, e soprattuto soffemarsi nell’area dibarito tra gli appasionati del genere per capire come, fra rifacimenti tali e quali, copie dove la musica resta uguale ma i testi cambiano, oppure remix che frullano canzoni diverse ma riconoscibili, ecc. Ecc... il concetto di cover sia come quello di “tempo” per Sant’Agostino: se nessuno mi chiede che cos’è, lo so, se mi , interrogano, non lo so più. Invence di interpretare questo scacco come una sconfitta, è chiaro che l’idea-cover gode di una salute filosofica straordinaria: il dibatti in rete è oggetivamente una delle controversie esteticamente più interessanti nella  contemporaneità se è vero, come è vero, che – per dirla con le parole di uno che detestava abbastanza la modernità, come  Don Benedetto Cronce- “L’Estetica, che è la scienza dell’arte, non ha... come’s imagina in certe concezioni scolastiche. I’ asunto di definire una volta per tutte l’arte...ma è soltano la continua sistemazione, sempre rinnovalata e aceresciuta, dei problemi ai quali, secondo i vari tempi, dà luogo la riflessione stull’ arte (Aesthetica in nuce, 1928).
Ma cos’è il forum-di  conversproject.com se non la continua sistemazione sempre rinnovata e accresciuta della riflessione sull’arte e sul suo- per fortuna inafferabile- “Fattore X”?

Marco Senaldi è critico d’arte e saggista. Vive e lavora a Piacenza.